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Feb 20

La crisi libica.

Foto Difesa Online

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Come anticipato nel mio post precedente, ritengo opportuno cercare di chiarire quale è il quadro normativo nazionale e internazionale che regolamenta l’impiego dell’uso della forza.

In ambito nazionale, il principale riferimento è rappresentato dalla Costituzione che all’art. 11 sancisce il ripudio della guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali. La costituzione italiana, inoltre, chiarisce che, per la difesa della pace e della sicurezza internazionale, è ammessa la cessione di sovranità, in condizioni di parità con altri Stati, in favore di organizzazioni internazionali che perseguano tale finalità.

In ambito internazionale  i principali riferimenti sono costituiti dal trattato della NATO e dalla carta delle Nazioni Unite.

In ambito NATO, si distingue fra missioni inquadrate nell’articolo 5 del trattato (interventi in ambiente “war” in caso di aggressione di uno dei membri dell’alleanza) e missioni non inquadrate nell’articolo 5 (operazioni condotte per la gestione di una crisi -c.d.”crisis response operations“). In ragione dello scenario (consenso dei belligeranti, raggiungimento o meno di una pace, ecc.), tali operazioni assumono una denominazione differente. Le più note sono le peace keeping (mantenimento della pace), le peace enforcement (imposizione della pace), le peace making (pacificazione) e le peace buiding (consolidamento della pace).

In particolare, le summenzionate missioni si differenziano per le seguenti peculiarità:

  • le operazioni di peace making sono attivate immediatamente dopo l’inizio di un conflitto al fine di stabilire il cessate il fuoco attraverso l’impegno principale della diplomazia;
  • le operazioni di peace building  sono volte a supportare politicamente, economicamente, socialmente e militarmente le parti contendenti al fine di neutralizzare le cause scatenanti del conflitto;
  • le operazioni di  peace keeping sono normalmente condotte laddove le parti in conflitto abbiano raggiunto una pace e sussista il consenso di entrambi i contendenti alla presenza di una forza internazionale che assicuri il rispetto degli accordi e quindi il mantenimento della pace;
  •  le operazioni peace enforcement sono poste in essere quando le parti non intendono raggiungere la pace. In tal caso, si tratta di impiegare un contingente militare internazionale per imporre, anche con la forza, la pace fra i due contendenti.

La carta delle NU prevede che il Consiglio di Sicurezza possa adottare misure implicanti (art. 42 e ss.) o meno (art. 41) l’uso della Forza. Tuttavia l’ONU non dispone di una Forza propria da poter impiegare. Pertanto, ove necessario, il contingente  deve essere costituito ad-hoc con il concorso degli Stati membri che intendono contribuire alla gestione della crisi.

La vicenda libica appare configurasi come un caso di aggressione condotta dai gruppi estremisti dell’IS nei confronti di uno Stato sovrano il cui Governo (ancora debole dopo la caduta di Gheddafi) non è stato in grado di difendere e mantenere il controllo del proprio territorio.

Stante lo scenario descritto, ritengo che non sussistano al momento :

  • le  condizioni per far operare la diplomazia per imporre un cessate il fuoco (anche attraverso il ricorso a sanzioni). L’IS non è uno Stato riconosciuto ne tantomeno organizzato. Non ha una economia penalizzabile con sanzioni. Inoltre non sussistono le condizioni di sicurezza per schierare sul terreno dei team preposti all’attività di mediazione e diplomatica;
  • le condizioni per la condotta di una operazione di peace building in quanto le Forze impiegate non potrebbero operare in una condizione  di sicurezza sufficiente per eliminare le cause economiche, politiche e/o sociali che hanno causato il conflitto;
  • i presupposti (raggiungimento di una pace e consenso delle parti) per la condotta di una operazione di peace keeping . Il ricorso ad una simile operazione esporrebbe ad un rischio elevatissimo le forze impiegate che disporrebbero, almeno inizialmente, di regole di ingaggio che limiterebbero la tipologia di armamento impiegabile e la possibilità di ricorrere all’uso della forza alla legittima difesa.

Per quanto precede, l’unica soluzione sembra essere la condotta di una operazione di peace enforcement al fine di imporre la pace colpendo le forze estremiste, indebolendole ed evitando che le stesse possano organizzarsi e consolidarsi sul terreno. Tale operazione (non necessariamente terrestre nella fase iniziale) potrebbe essere diretta anche a colpire le risorse petrolifere che l’IS controlla e con cui sovvenziona le operazioni .

 Tale operazione troverebbe i presupposti normativi nella necessità di difendere uno Stato aggredito, di tutelare la popolazione civile presente nella zona dei conflitti e di interrompere i crimini contro l’umanità che l’IS sta ponendo in atto.

Colpisce, infine, la superficialità con cui le Autorità si approccino alla gestione della minaccia. Tale superficialità traspare dall’uso improprio che viene fatto della terminologia che sottende scenari e rischi differenti. Peraltro, appare paradossale parlare di diplomazia laddove ciò rischia di attribuire un rango internazionale a dei criminali di guerra.

 

Fonte

Governo.it

Statuto dell’ONU

Trattato della NATO

Difesaonline

ANSA.it

wikipedia

La crisi libica.ultima modifica: 2015-02-20T19:01:57+01:00da giacinto3974fgy
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4 comments

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  1. gianovet1

    complimenti
    condivido
    un punto di vista semplice lineare e chiaro

    1. giacinto3974fgy

      Grazie….

  2. natale1979

    interessante..specialmente la classificazione delle operazioni.. espressioni utilizzate frequentemente nel comune parlare e nel linguaggio televisivo.. ma spesso la maggioranza delle persone ne ignora il significato..

    1. giacinto3974fgy

      Grazie mille.
      spero che continuerai a seguirmi e, se vorrai, sarò lieto di ricevere contributi di pensiero

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